Delia Murer

(28 luglio 2017)

La discussione generale nell’Aula del Senato sul Testamento biologico è stata rinviata a settembre, alla riapertura dei lavori dopo la pausa di agosto. Si allungano, così, i tempi per l’approvazione di una norma attesa da anni e che, a questo punto, rischia di non vedere la luca. “Un fatto grave – commenta Delia Murer, deputata Mdp, vicecapogruppo alla Camera –. Il rischio che la legge non arrivi più è molto concreto. In autunno ci sarà la manovra finanziaria, poi si correrà verso lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni. Il Senato dovrebbe approvare la norma così com’è, senza modifiche, per renderla definitiva senza un nuovo passaggio alla Camera. Ma con migliaia di emendamenti e una scarsa volontà politica diventa davvero arduo. Si profila un grave danno per il Paese. L’Italia nega ai suoi cittadini il diritto a dichiarare in anticipo se vogliono o no sottoporsi a trattamenti sanitari che, per loro natura, e per diritto costituzionale, sono legate alla libera scelta e alla libera determinazione delle persone. 

 In queste ore, il dramma della mancanza di una norma chiara riemerge con il caso di Elisa, una donna di Mestre, di 46 anni, che si trova in uno stato vegetativo persistente da 12, dopo un incidente stradale. Il padre, unico familiare, chiede che alla figlia sia garantita una morte dignitosa e che si eviti qualunque accanimento. Ci fosse quel diritto minimo di civiltà che chiamiamo Testamento biologico, potremmo decidere liberamente se sottoporci o no a un trattamento sanitario ed evitare casi strazianti come questo”. 

“ Se la legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento – continua l’on. Murer -, si blocca al Senato, sarà vanificato un lavoro lungo e intenso, compiuto con mesi di discussioni e audizioni. Un errore che sottrae agli italiani un diritto riconosciuto in tutte le democrazie occidentali. Non è cultura della morte, come strumentalmente da alcuni ambienti si dice, ma cultura della vita, della libertà di scegliere e di vivere secondo le proprie convinzioni e non della condanna a subire trattamenti che si vorrebbero rifiutare”.