Delia Murer

(23 febbraio 2017)

“Riunioni di direzione, di assemblea nazionale, convocazione del congresso senza mai una discussione seria, approfondita, sulle ragioni di una sconfitta storica. Questo lacera le comunità politiche”. Lo dichiara Delia Murer, deputata Pd. “E’ una fase convulsa, difficile – continua la parlamentare veneziana -; lo è per tutti ma mi chiedo se le cose si possano affrontare in questo modo, facendo finta sempre che non sia successo nulla. Si sono perse in malo modo le amministrative, lasciando città importanti come Roma e Torino, e molte altre. Poi si è perso, dentro uno scontro pesante, il referendum costituzionale, segno di una divaricazione profonda tra il Paese e il Pd. Ma a fronte di questa sequenza di sconfitte, non si è mai ritenuto di avviare un’analisi profonda dei problemi, una discussione aperta su quello che non ha funzionato, una riflessione condivisa, franca, partecipata sulle ragioni della sconfitta e su come riconnettersi al sentimento popolare smarrito. Nulla di tutto questo. Ma l’ostinato rilancio di una partita personale, una discussione al solo uso interno, la ricerca di rivincite, fino all’apertura di una fase congressuale tutta costruita sulle persone e senza alcuno spazio per i temi.

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(16 febbraio 2017)

Donne più istruite degli uomini ma con più difficoltà a entrare nel mondo del lavoro e con salari più bassi. I dati arrivano dall’Ufficio statistico della Regione Veneto e confermano differenze ancora troppo marcate e obiettivi ancora lontani per la parità di genere. “In Veneto – si legge nel documento statistico - il 32,2% delle donne tra i 30-34 anni risulta laureato rispetto al 20,6% dei maschi, tuttavia rimane ancora una certa differenza nella scelta dei percorsi di studio e delle future professioni. Oggi il tasso di occupazione è del 73,2% per gli uomini e del 54% per le donne.”. “Sono dati che confermano l’esistenza di una grande questione – commenta Delia Murer, deputata Pd -, su cui evidentemente la politica non lavora abbastanza. Il gap tra i generi è ancora troppo marcato e si riflette con varie conseguenze sul reddito, sul lavoro di cura, sulle pensioni, fino ad arrivare ai numeri ancora drammatici della violenza di genere. C’è un gran lavoro ancora tutto fare”.

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(26 gennaio 2017)

di Delia Murer

Il prossimo 31 gennaio, il Consiglio regionale del Veneto sarà chiamato a decidere sulla “meritevolezza” del quesito referendario per la separazione tra Venezia e Mestre. L’argomento è iscritto all’ordine del giorno dell’assemblea. Con il voto sul quesito, si chiede alla giunta regionale di indire la consultazione. Un obbligo previsto dalla legge. L’esito della votazione appare scontato: si andrà al referendum, a quanto pare. Si torna, quindi, a parlare di dividere Venezia in due città, con Mestre, se non – con altre proposte - addirittura in tre, con Marghera. E’ un dibattito che periodicamente si riaccende sull’onda di spinte territoriali, di malintesi sensi dell’identità, di progetti di rafforzamento che, però, rischiano di indebolire il territorio. Dividersi, infatti, rende tutti meno forti. La questione ha rilevanza sia dal punto di vista giuridico sia da quello politico. Sul piano legale, la procedura risente chiaramente della recente attuazione della legge istitutiva della Città metropolitana, per cui una eventuale deliberazione di ripartizione del comune capoluogo in più comuni, non solo deve essere deliberata con procedimento rafforzato dal Consiglio comunale ma deve essere sottoposta a referendum tra tutti i cittadini della città metropolitana. Una procedura che vincola di fatto la vecchia normativa regionale, per la quale era sufficiente acquisire i pareri, e che rende non più sufficiente una legge del Consiglio veneto ma necessita di un iter più complesso. Sul punto rischia di aprirsi un conflitto di competenze non facile da dirimere.

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