Delia Murer

(23 novembre 2017)

Si inaugura oggi, 23 novembre 2017, alle 17, al Complesso della Camera dei deputati di Vicolo Valdina a Roma, la mostra "Femminicidio", di Paola Volpato. Si tratta dei ritratti di 200 volti di donne uccise e si inserisce nel fitto calendario di appuntamenti della settimana alla Camera per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. All’apertura della mostra, interventi di Delia Murer, vicecapogruppo alla Camera di Mdp, di Cesare Biasini Selvaggi, di Giorgia Calò e di Laura Zangarini. La Presidente della Camera,  Laura Boldrini,  farà visita alla mostra venerdì 24. "Questo lavoro – dice l’artista Paola Volpato -  nasce dal desiderio di ricordare e di ridare un volto alle donne vittime di questa violenza, di contribuire a ripristinare la loro la dignità di persone, per non farle scomparire come desideravano coloro che le hanno uccise". La mostra resterà aperta al pubblico dal 24 novembre al 7 dicembre, dalle 10 alle 18, con chiusura il sabato e la domenica.  Ecco di seguito il testo scritto dalla deputata Delia Murer per presentare e accompagnare l’evento.

Una questione culturale di Delia Murer

I volti di donna della mostra di Paola Volpato sembrano guardarci dritto nelle nostre mancanze. Non sono donne qualsiasi. Sono vittime di femminicidio. In qualche modo sono le vittime di tutti noi, dei limiti culturali della società, delle carenze dei nostri servizi, dei ritardi delle nostre azioni, dei difetti delle nostre normative. Quei volti ci raccontano storie e ci invitano a riflettere.

 

La violenza basata sul genere è una grave violazione dei diritti umani. Lo dicono ormai tutti i documenti dei maggiori organismi internazionali: lo ha scritto l’Onu nella Dichiarazione di Pechino nel 1995, lo ha detto il Consiglio d’Europa, con la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica detta Convenzione di Istanbul. Lo abbiamo definito anche nell’ordinamento italiano, con la legge di ratifica della stessa Convenzione di Istanbul e con altri atti contro la violenza di genere. Eppure, ogni volta sembra di dover ripartire da zero.

Dobbiamo, in certi momenti, ancora difendere il senso della parola femminicidio. “E’ sufficiente parlare di omicidio - si sente a volte dire -. Perché usare una espressione ad hoc?”. Perché il femminicidio non è un delitto come gli altri. Viene ammazzata una donna in quanto donna. Viene ammazzata quella donna perché rivendicava il diritto ad essere persona, a essere autonoma.  Femminicidio è una parola che delinea un delitto con inclusa una motivazione. Ecco perché è importante usare questo termine e rivendicarne la necessità: dentro il gesto c’è il significato. E il significato alimenta il gesto. 

La violenza basata sul genere ha fondamento nella disparità tra uomini e donne e questa è fenomeno sociale. Ha una base culturale, si nutre di stereotipi, di modelli della rappresentazione collettiva dei ruoli che diventano gabbie sessiste. Chi si sottrae al ruolo, paga. Spesso con la vita. 

L’Istat, tra maggio e dicembre 2014, ha condotto una indagine sul fenomeno della violenza contro le donne. I risultati sono allarmanti: il 31,5% delle donne tra 16 e 70 anni ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.

Sono più di 4 milioni le donne che dichiarano di subire o aver subìto violenza psicologica dal partner attuale. Tre milioni e mezzo, poi, le donne che sono state vittime di stalking, una fattispecie di reato introdotta nel 2009 con la legge 38.

Violenze e molestie che spesso maturano dentro relazioni affettive, dentro contesti familiari, da partner o ex che non accettano l’autonomia e la scelta femminile, che vogliono esercitare un dominio fisico e psicologico, arrivando a colpire e addirittura ad uccidere. Uomini chiaramente in crisi di identità, con un ruolo smarrito, impreparati, forse anche privi di riferimenti e sicuramente senza una vera capacità di elaborare il cambiamento di ruoli storicizzati.

In Italia, nel 2016, le vittime di femminicidio sono state 145, di cui 120 uccise dal marito, dal fidanzato o dal convivente. C’è un lieve calo rispetto agli anni passati (nel 2012 erano157; nel 2013, 179; nel 2014, 152; nel 2015, 141). Ma i numeri restano da allarme sociale. La maggior parte sono donne tra i 31 e i 40 anni, seguita dalla fascia 41-50. Età adulte, dell’autonomia, della libertà di scelta, dell’autodeterminazione. Tutti elementi che non vengono perdonati da un maschio che agisce sempre con brutalità, dentro una escalation a volte sottovalutata e che culmina con un gesto spesso violentissimo, di accanimento, con armi da taglio oppure oggetti, con la volontà non solo di uccidere ma di profanare, distruggere.

La cornice sottoculturale di questi delitti è evidente. C’è molto da fare, sia sul terreno della protezione di chi denuncia (con lo sviluppo dei centri antiviolenza e delle case rifugio), della repressione per chi colpisce, sia sul versante dell’educazione e della cultura, vero campo di prevenzione. 

Qualcosa si è mosso, in questi anni. Molto altro è rimasto fermo. Per questo, i volti esposti da Paola Volpato sembrano parlarci. Sembrano indicarci. Sembrano dirci: fate presto, non per noi ma per chi viene dopo.