Delia Murer

(30 marzo 2017)

Entra finalmente nel vivo l’iter per l’approvazione a Montecitorio della legge sul cosiddetto Biotestamento, vale a dire le norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. Dopo la discussione generale e la bocciature delle questioni pregiudiziali di costituzionalità, martedì scorso si è aperta la discussione sul complesso degli emendamenti, che saranno poi votati a partire dalla prossima settimana. “Siamo finalmente ad un punto cruciale – dice Delia Murer, deputata di Articolo Uno Movimento Democratici e Progressisti, vicecapogruppo alla Camera -. E’ una legge importante, attesa, che riconosce diritti e dignità. Porrà fine a casi dolorosi, tra cui voglio ricordare quello di Umberto Grandolfo, veneziano, colpito da una malattia degenerativa progressiva, morto pochi giorni fa, che purtroppo è mancato senza che gli fossero evitate inutili sofferenze in presenza di un conflitto tra familiari e comitato di bioetica dell'Asl 3. Una legge, quindi, che arriva dalla spinta di un bisogno reale, su cui si è costruito un movimento civile a cui il Parlamento dà una risposta”. Sul complesso degli emendamenti, in Aula, per Articolo Uno, ha parlato Pierluigi Bersani, esponendo con efficacia e sintesi le ragioni del sì alla legge. Ecco il testo integrale del suo intervento.

“A me e a noi le norme così come sono arrivate fin qui vanno bene, tenteremo di migliorarle con emendamenti dal lato della dignità e della libertà della persona; non potremmo accettare deragliamenti dagli assi fondamentali di questo testo. Detto questo, vorrei aggiungere un paio di cose a proposito delle potenzialità e dei limiti dell'iniziativa legislativa, osservazioni che ritengo semplicemente di buonsenso. La prima è la seguente: attorno agli anni Settanta del secolo scorso - si può controllare - ci fu nell'editoria un inedito proliferare di titoli sulla morte, titoli dentro le diverse scienze umane, titoli di letteratura. Erano gli stessi anni nei quali il morire usciva totalmente e definitivamente dalle mura domestiche per trasferirsi nei servizi collettivi. Dunque si corteggiava la morte mentre si rimuoveva il morire. Io dico che siamo ancora lì. Per dirlo più brutalmente, l'accompagnamento al morire è l'unico servizio collettivo di cui non si parla se non a ridosso di vicende drammatiche ed estreme. Prevale l'eccezionalismo. Eppure semplicemente, così come si nasce tutti, si muore tutti. C'è una quotidianità, un'ordinarietà che la discussione politica rimuove. Preferiamo tutti - comincio da me - vestirci da filosofi o da teologi piuttosto che da governanti e da riformatori. O pensiamo forse che in quell'accompagnamento che avviene normalmente ogni giorno in Italia tutto vada bene? Magari solo perché nessuno può tornare a lamentarsene? Il nostro dovere è quello di passare dal corteggiamento filosofico della morte all'umanizzazione. Umanizzare (Applausi dei deputati del gruppo Articolo 1-Movimento Democratico e Progressista). Certo, servizi sociali e sanitari si muovono necessariamente per formalizzazioni (leggi, linee-guida, deontologie), ma che senso diamo, che direzione diamo a queste formalizzazioni? Che vuol dire precisamente, in questo caso, umanizzazione? Ecco la seconda cosa che voglio dire: abbiamo una traccia per rispondere a questa domanda. Il presidente Marazziti, in sede di discussione sulle linee generali, ha già egregiamente ricordato nel suo intervento i contributi illuminanti della storiografia, Philippe Ariès, in particolare, a questo proposito. Fino a un secolo fa, il modello del morire - per dir così - è stato quello di un rito domestico di vicinato, con il moribondo protagonista, con una trasmissione di valori, con la presenza di una rete familiare e amicale a servizio del protagonista, secondo la sua volontà, espressa o interpretata. Questo ci dice l'indagine storica e sociale. Da un secolo circa, progressivamente, c'è stata l'espulsione dall'ambiente domestico, il ruolo del protagonista è diventato marginale, il modello si è ribaltato. Qui è inutile perder tempo a descrivere tutti i passaggi, basterà ricordare che per secoli e secoli, in Occidente, la morte maledetta e temuta è stata quella improvvisa e notturna. Solo da qualche decennio è l'opposto: la morte temuta non è quella improvvisa, è quella irta di tubi, quella che non vuole arrivare mai, quella che ti imprigiona. Questa è la morte temuta oggi, è inutile negarlo. Non solo la tecnica, ma l'incrocio fra tecnica e mercato e l'incrocio fra tecnica, mercato e formalizzazione e standardizzazione delle procedure ci hanno preso la mano, hanno cambiato le carte in tavola e hanno cambiato il nostro stesso modo di discutere e di pensare.

 

Per dire: l'alimentazione è una funzione umana da quando c'è l'uomo, da milioni di anni, ma l'alimentazione artificiale è una tecnica che è comparsa negli anni Sessanta. Per dire: noi siamo giustamente tutti cauti e prudenti, diffidenti verso tecniche che possono portare alla manipolazione della vita allo stato nascente, invece largheggiamo in condiscendenza verso la tecnica se si tratta di fine vita (Applausi dei deputati del gruppo Articolo 1-Movimento Democratico e Progressista), come se la vita a l'esaurirsi avesse meno valore, fosse manipolabile, avesse meno valore e meno sapore; e chi ci è andato vicino lo sa che non è così. Ci hanno cambiato le carte in tavola, anche nella testa. Dunque è la storia stessa dell'umanità che ci dà la traccia di che cosa significa umanizzare nel tempo della tecnica, ed è quello che si è sedimentato nella voxpopuli, solo che l'ascoltiamo. Noi possiamo dirlo con semplicità, così come lo direbbe chiunque: quand'è proprio ora di andare, lasciatemi andare senza sofferenze inutili e il più vicino possibile a una situazione domestica e affettiva. Non dovrebbe esser questo il principio, al di là anche di queste norme di legge? Non dovrebbe essere questo il principio di un grande ripensamento, anche organizzativo, al di là dell'eccezionalismo? Oggi la tecnica, esauriti i rimedi, può orientarsi a due obiettivi: evitare il dolore inutile e dare ragionevole prevedibilità all'evento. Ciò può consentire di allestire condizioni di relazione, di compresenza di mondi vitali, nelle strutture sanitarie, ma tutte le volte che è possibile, e con la dovuta assistenza dei servizi territoriali e della medicina di base, a domicilio. Portatemi a casa: c'è forse una frase più umana di questa? 

 

Allora cerco di dire che il nostro compito è più generale di quello che oggi stesso meritevolmente svolgiamo con un passo avanti prezioso. È una battaglia culturale che deve avere esiti pratici, che deve intervenire nel momento in cui la persona - ogni persona! - è più debole e indifesa, è in balìa. Intanto oggi facciamo un passo giusto. Lo facciamo facendoci ispirare da una convinzione che ci accomuna tutti, laici e cattolici, che è un umanesimo forte che ci deriva - non ho difficoltà ad ammetterlo -, anche nelle radici laiche, da una civiltà cristiana che ha proposto un dio personale. Tutti abbiamo un umanesimo forte, quindi l'idea di un uomo che non può essere separato dalla sua dignità e dalla sua libertà. Non può essere separato da questo, perché l'uomo non è solo natura; è anche natura, ma non è solo natura. Concludo dicendo che noi sappiamo bene, mentre facciamo una legge, che ci saranno sempre, nella vita reale, dei casi che una legge non può risolvere, casi al confine sottile - anche qui ne parlava il presidente Marazziti - fra diverse e sacrosante esigenze morali. Allora dobbiamo sapere che in quei casi, in ultima analisi, c'è una sola soluzione: assistito dalla scienza, decide l'amore. Non ci può essere altra soluzione”