Delia Murer

di Delia Murer

(23 febbraio 2017)

Forse non è ancora chiara a tutti la portata storica del risultato elettorale del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre. Si è chiusa una fase, quel giorno. Si è chiusa un’epoca, forse, come succede in alcuni momenti cruciali, e spesso segnati proprio da un referendum. Si è chiuso il capitolo della politica maggioritaria e si è aperta la stagione delle identità. Questo comporta contraccolpi, che di per sé non sono né positivi né negativi, solo note di cui tenere conto. Dati di fatto da cui non si può prescindere. Con un altro referendum, quello dell’inizio degli anni Novanta sulla preferenza unica, a causa anche di fatti storici rilevanti e concatenati, si aprì un’altra fase che chiuse con i sistemi elettorali proporzionali, i governi parlamentari di alleanza, i radicamenti territoriali, le grandi famiglie ideologiche. Ne nacque, di lì a poco, il Mattarellum, con le grandi coalizioni prima del voto, la nascita del centrosinistra (prima Ulivo, poi Unione) e del centrodestra (prima Casa delle libertà, poi Polo per le libertà). Il culmine di quella fase, non priva di momenti critici, di difficoltà, è stata la nascita, circa dieci anni fa, del Partito democratico: un grande partito contenitore che superava le alleanze e provava a tenere nella stessa casa, culture differenti, classi dirigenti che sono nate divise e poi solo alleate, storie dissimili. Uno sforzo nato dall’esigenza di rimodulare il concetto di partito com’eravamo abituati a declinarlo: un luogo, più che una struttura, con le singole identità a confronto dentro la necessità di una sintesi. La nascita del Pd portò anche alla nascita del Pdl, nel campo avverso.

 

 

La navigazione di entrambi i soggetti non è stata semplice: differenze culturali, approcci diversi, amalgama complicato, spesso conflitti. Il Pdl è esploso prima: sono tornati da qualche anno  a Forza Italia, poi a Fratelli d’Italia, a nuove declinazioni della destra. Il Pd è esploso più lentamente, come logorato, nel tentativo più generoso di restare uniti, di non ferire una comunità. Ma i processi politici non si fermano con il cuore. Sono inesorabili, a volte crudeli. La riforma costituzionale abbinata all’Italicum ha provato a forzare la mano al sistema: monocameralismo con maggioritario attraverso ballottaggio e premi alla lista. Una spallata alle radici stesse della nostra cultura costituzionale. Il popolo ha respinto questo tentativo, e la Corte costituzionale ha fatto il resto.

Oggi lo scenario è totalmente mutato. Il sistema elettorale, quale che sarà, avrà connotati di forte proporzionalismo, il bicameralismo resta intatto, si rafforzano – di fronte alla crisi - anche i bisogni identitari. Viene da chiedersi quale sia, in questo scenario, la strategia migliore a sinistra per affermare il proprio sistema di valori, le proprie idee. Essere minoranza in un partito-contenitore dai contorni culturali a volte indistinguibili, che smarriscono il senso e disorientano gli elettori, oppure costruire una nuova ossatura più fortemente identitaria sui temi del lavoro (lotta allo sfruttamento, no ai voucher, tutele), della dignità delle persona (nuovo welfare, protezione), della tutela degli ultimi, dell’uguaglianza?

Non è una discussione secondaria, e non è una guerra personale. E’ uno snodo storico, la riflessione da fare rispetto a una fase tutta nuova. Naturalmente, nessuna declinazione nostalgica è possibile. Non serve pensare a una sinistra velleitaria, di testimonianza; a una ridotta di reduci che proclamano slogan senza concretezza. Serve, invece, una sinistra che si ponga il tema del governo insieme alla rappresentanza dei bisogni della propria gente.

Solo dentro questo ragionamento, può assumere un significato il dibattito in corso in queste ore nella sinistra che guarda a un nuovo progetto. Un orizzonte più ampio e al tempo stesso più specifico. Affermare senza reticenza i valori e le idee della sinistra, dentro un progetto di forte identità, che recuperi l’attenzione di un popolo che il Pd ha già smarrito, e che poi riporti quella gente, quei voti, quei sentimenti, quei temi, al tavolo di una possibile alleanza di centrosinistra, ma con maggiore forza, anche maggiore potere contrattuale. Una strategia tutta nuova, quindi, per una fase che il 4 dicembre ha chiuso un’epoca, ne ha aperto un’altra e ci chiede di tenere il passo, per non perdere definitivamente la rotta.

Potremmo uscire più forti invece che consumati dal tempo.