Delia Murer

di Delia Murer

(13 aprile 2016)

La sentenza del Consiglio d’Europa sul ricorso della Cgil per la condizione di svantaggio dei medici non obiettori per la 194 nella sanità italiana riapre finalmente il dibattito su una questione che in Parlamento, alcune di noi, stanno sollevando da alcuni anni. Purtroppo non ottenendo risposte soddisfacenti dalla ministra della Salute. L’obiezione di coscienza di medici e infermieri che si rifiutano di effettuare le interruzioni di gravidanza sta creando enormi disagi nella sanità pubblica italiana. Non solo ai non obiettori, su cui si carica un lavoro difficile da sostenere. Ma anche, e soprattutto, alle donne, cui rischia di venire negato un diritto che, invece, è pienamente riconosciuto dalla legge. La corretta applicazione della 194, infatti, prevede che su tutto il territorio nazionale e in maniera uniforme sia garantito il servizio e l’accesso alla interruzione di gravidanza, in modo libero, volontario e gratuito. I numeri, purtroppo, ci dicono che questo non avviene. Non succede ormai da anni e continua a non succedere. 

 

 

La ministra Lorenzin dice che il Consiglio d’Europa ha deciso su dati vecchi. Purtroppo tutti i dati a nostra disposizione, anche quelli recentissimi,  dicono che la situazione è preoccupante, proprio come indicata in sede europea. Lo abbiamo ricordato- del resto - alla Ministra con risoluzioni e con interrogazioni in commissione.

L’ultima è datata 27 gennaio 2016 ed elencava dati aggiornati.  In Italia il 70 per cento dei medici e degli infermieri sono obiettori di coscienza. Questa è la media. Esiste una situazione differente nel Paese a seconda delle zone: la Calabria è al 73 per cento, il Veneto al 76, la Campania all'82, la Puglia all'86, la Sicilia all'87,6. In Basilicata siamo  al 90 per cento di obiettori e nel Molise al 93,3 per cento, cioè due soli medici che applicano la 194 in tutta la Regione. Questo significa che per le donne che prendono questa decisione si apre un vero percorso ad ostacoli, contro il tempo, con mille rimandi, con inciampi, con complicazioni e problematiche.  E anche con alcune conseguenze, che non sono immediatamente misurabili ma che si cominciano ad avvertire. Quanti sono gli aborti clandestini in Italia? Si calcolano che siano tra i 12 e i 15mila l’anno. Quante donne finiscono con il farvi ricorso vista la difficoltà di accedere a strutture pubbliche? In che misura questo riguarda, per esempio, le donne straniere, già di loro meno tutelate e a rischio di esclusione?  E cosa succederà nelle strutture quando i pochi medici non obiettori andranno in pensione? Chi garantirà il servizio?

La ministra ha replicato a queste nostre richieste parlando di un abbassamento del ricorso alla interruzione volontaria di gravidanza dai 233mila aborti nel 1983 ai 102mila del 2013 e ai 97mila del 2014, con una media per ogni medico che è passata da 3,3 aborti a settimana a 1,6. Questi numeri, secondo la Lorenzin, dicono che il problema non esiste. Invece, il tema c’è tutto anche con questi dati. Intanto perché non si sa – come detto - quante siano le donne che, di fronte a tanti ostacoli, finiscano col rinunciare al ricorso alla struttura pubblica per finire nelle mani di laboratori clandestini. Poi perché il diritto del medico all’obiezione non cancella il dovere per lo Stato di utilizzare tutti gli strumenti,  su tutto il territorio nazionale, per garantire l’attuazione della legge.

In Francia – per fare un esempio – esiste l’obbligo per tutti gli ospedali pubblici di rendere disponibili i servizi di interruzione della gravidanza, ricorrendo anche allo spostamento del personale. In questo modo, la percentuale di obiettori si è abbassata. Lo stesso in Inghilterra, dove  tutti gli operatori che decidono di lavorare nelle strutture di pianificazione familiare non possono dichiararsi obiettori e infatti la percentuale è solo del 10 per cento. In Svezia, addirittura, non esiste il diritto all'obiezione di coscienza .

 

Gli strumenti, quindi, esistono. Vanno predisposti sul piano organizzativo e normativo, anche attraverso una diversa gestione e mobilità del personale. Quello che è irrinunciabile è la garanzia dell'attuazione del diritto della donna alla scelta libera e consapevole. Oggi decisamente negato.